lunedì 11 aprile 2016

La Dama Rossa uccide tre volte



La Dama Rossa uccide tre volte di Hank Monk

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Presentazione
Il banchiere Gaetano Busoni incarica l’investigatore privato Giovanni Belzoni di far luce sulla scomparsa di suo figlio. Belzoni si mette all’opera con l’aiuto di Luigi Bernacchi, il suo giovane allievo, e del commissario Morandini.
Dovrà vedersela con la Dama Rossa, una spietata e astuta Dark Lady, cui non difetta l’assassinio.
Incipit
Attraverso le strade del sobborgo del Testaccio a Roma, si muoveva lentamente un vecchio dal passo vacillante, proprio mentre il sole sorgeva fugando con i suoi raggi le nebbie mattutine.
Nella luce scialba che annunciava alla città di Roma il nuovo giorno, quel vecchio aveva un aspetto spettrale, ma quando lo si guardava in faccia, si capiva subito che si aveva a che fare con un ubriacone, con un bevitore di liquori abituale.
Ciò si deduceva dalla spaventevole magrezza della sua persona, il cui portamento doveva essere stato una volta dritto e fiero, ma che adesso si era curvato sotto il peso degli anni. E dalle sue guance color rame, dal naso, che non era dissimile ad una piccola roccia di basalto rosso, nella quale il mare avesse scavato delle caverne e finalmente dai suoi occhi di un color grigio languido, che lacrimavano quasi sempre.
Eppure l’aspetto di quel vecchio non era, nel suo insieme, troppo ripugnante. Anzi, aveva persino un qualche cosa di piacevole, e più di un pittore sarebbe stato contento di trovare un modello simile, per fare un quadro, che avrebbe potuto intitolare: «Un mendicante di Roma».
Infatti Montorsi era un mendicante.
Apparteneva a quella grande corporazione, i cui membri si contano a centinaia, e che frugano fra tutti i rifiuti che vengono gettati sulla strada dalle famiglie romane, per vedere di trovarvi qualche cosa di utilizzabile.
Si dedicano specialmente alla ricerca di stracci e di pezzi di carta, che portano ai rappresentanti delle cartiere.
Perchè, malgrado le recenti invenzioni fatte negli ultimi decenni dalle quali è risultato che si può fabbricare carta con il legno ridotto in polvere, la carta migliore è pur sempre quella fabbricata con gli stracci.
Anche in quel mattino, Montorsi portava il suo sacco sulle spalle che teneva con la mano sinistra, mentre con la destra reggeva quella specie di bastone uncinato, che portano tutti i mendicanti e che serve loro per frugare fra quei monti di rifiuti e di immondizie, che di notte si accumulano nelle strade.
Il vecchio non portava mai un cappello nè un berretto, nè d’estate, nè d’inverno. Però la sua testa era coperta d’una capigliatura bianca così folta, che bastava a ripararlo dal caldo e dal freddo.
In quanto al suo vestiario, un osservatore poteva giustamente supporre che fosse composto dalla sua giornaliera raccolta di stracci.
La giacca, di un color giallo scuro, che indossava Montorsi, doveva averla trovata in qualche strada del sobborgo Testaccio perchè pareva che fosse stata, in origine, la mantellina di un automobilista, ch’egli aveva trasformato con un abile taglio in un indumento adatto per lui.
I suoi pantaloni turchini dovevano aver appartenuto in tempi passati a qualche bell’ufficiale di marina e soltanto la camicia turchina sembrava fare eccezione. Il vecchio doveva averla comprata nel sobborgo di Portuense, in qualche botteguccia dove si vendono abiti usati.
Montorsi canticchiava una canzone allegra, perchè aveva già in capo la sua abituale porzione di vino, ed era perciò di umore allegro.
Andava, come si è detto, da un mucchio d’immondizie all’altro frugando con il suo uncino, ma in quel giorno, o per dir meglio, in quella notte, la raccolta era stata molto scarsa. Un fazzoletto, impregnato ancora di un forte profumo in uso in certi salotti, un paio di calze di seta, che dovevano aver appartenuto prima alla padrona e poi alla cuoca di una qualche famiglia signorile, ed una vecchia pignatta, che si poteva forse vendere per due o tre soldi, costituivano tutto quanto di meglio aveva trovato Montorsi, oltre stracci e pezzi di carta destinata alla cartiera.
— Tempi tristi! Tempi tristi! — diceva Montorsi. — La gente non è più spensierata come una volta, ciò si vede nel nostro mestiere. Se rammento quante belle cose si trovavano in passato nel sobborgo Testaccio ed in altri quartieri signorili di Roma: cucchiai d’argento, qualche anello e persino delle monete ed anche dei gioielli di un certo valore, che venivano spazzati e gettati via con le immondizie.
Allora il nostro mestiere dava da vivere ad un povero uomo, mentre adesso basta appena per qualche bicchierino di «vino». E’ proprio una vitaccia!
Nel dire così, Montorsi si fermò davanti un mucchio d’immondizie, nel quale si diede a frugare con il suo bastone uncinato, mentre in pari tempo alzava gli sguardi sulle finestre di una casa signorile le cui persiane erano tutte abbassate.
— Dormono quei furfanti che non si ubriacano con l’acquavite, bensì con lo spumante! — mormorò. — Ebbene, non li invidio per questo. Ubriachi d’acquavite o di spumante, in fondo è tutt’uno, e resta a sapersi se una sbornia di spumante la preferirei ad una sbornia di vino. L’uomo è un animale che non può liberarsi dalle sue abitudini. Del resto, chi può assicurare che la gente cui appartiene quella casa, non vada un giorno a raccogliere i cenci nelle vie di Roma? Anche a me nessuno me lo avrebbe predetto, quando ero in fasce. Una volta ero anch’io un uomo ben vestito, che portava scarpe di vernice ed avevo in tasca una borsa piena. Ma il vino, le donne e tutte quelle centinaia d’altre sciocchezze che si fanno nel corso della vita.... In principio si scende adagio, ma poi di gradino in gradino a precipizio. Niente.... non c’è niente! — continuò il vecchio, gettando da parte, sprezzantemente una cassetta di sigari vuota. Non vale neppure la pena di chinarsi per ciò che oggidì si trova sulla strada. Basta, andiamo avanti! Forse ci sarà qualche cosa da fare sul viale. Lì si aggirano sempre le mondane e data la loro petulanza, gettano via talvolta, qualche cosa che vale la pena d’essere raccolto.
Montorsi andò innanzi col suo sacco con passo vacillante, e giunse sull’angolo del viale, in quell’ora alquanto deserto.
I fanali erano già spenti, e la luce del nuovo giorno aveva ricacciato nei loro nidi tutti quegli uccelli notturni, che infestano quei luoghi durante la notte.
— Ecco lì il solito mucchio d’immondizie — disse Montorsi dirigendosi verso una specie di nicchia praticata in un muro. — Non so perchè m’immagino sempre di trovarvi qualche cosa che mi porti fortuna. Vediamo se non vi sia qualche cucchiaio d’argento e, meglio ancora, un orologio d’oro. Ne avrei proprio bisogno. Nella mia stamberga si fa magra cucina da molto tempo ed anche il prezzo dell’vino continua a crescere.
Nel medesimo istante in cui Montorsi stava per affondare il suo bastone nel mucchio d’immondizie, una ragazza svoltò l’angolo.
Era una fanciulla di circa diciott’anni, di una bellezza sorprendente, snella nella vita, dal seno turgido, dal volto bello e regolare, e dalla chioma di un biondo rosso di un’opulenza rara
II suo abbigliamento era piuttosto misero, ma si era adornata alla meglio, con quella certa civetteria che dimostrava che voleva piacere.
Montorsi si fermò ad un tratto, si fece schermo agli occhi con la mano e fissò quella bella creatura, che voleva passargli rapidamente accanto.
— Flora figlia mia, sei tu? — esclamò il vecchio. — Quale strana combinazione d’incontrarti! Sono dei mesi che non ti ho veduto.
La ragazza dalla splendida chioma rossa si fermò.
Guardò con indifferenza il vecchio, e dopo di essersi accertata con un rapido sguardo che non c’era nessuno lì vicino, rispose:
— Buon giorno, vecchio mio! Sei un po’ ubriaco come al solito. Non puoi smettere di bere quel maledetto vino?
— Non ne vale la pena, Flora — replicò il vecchio mendicante, ridendo bonariamente. — Per quei pochi anni di vita che mi restano dovrei fare un grande sforzo su me stesso ed a che scopo? Ma mi pare, bimba mia, che le tue faccende non vanno male. Porti una camicetta di seta che non è precisamente nuova, e delle scarpette color bronzo dorato.... E, per Dio! calze di seta, ed una sottana bianca!
— Tutta roba che non vale la pena di parlarne — disse la ragazza in tono asciutto. — Ma credimi, vecchio mio, che sono stanca. Se potessi trovare uno che mi sposasse fosse pure un impiegatuccio o un operaio che guadagnasse soltanto il pane quotidiano, lo prenderei, pur di cambiar vita
— Non avevi bisogno d’entrarvi, Flora — le rispose il vecchio mendicante con serietà. — Se tu fossi rimasta nella mia stamberga non ti sarebbe mancato nulla. Se anche sono un beone, un pitocco, non puoi dire che io ti abbia mai fatto patire la fame. Per te c’è stato sempre un pezzo di pane.
La ragazza arricciò sprezzantemente le labbra.
— T’immagini forse, — disse ella — che potevo accontentarmene, e che volevo intristire nella tua stamberga? No davvero! Almeno ora posso mangiare a sazietà ed ho scarpe ai piedi. Guarda, questo Vittorio Emanuele II d’oro me lo ha regalato oggi un signore — soggiunse togliendosi di tasca una moneta d’oro insieme a diverse d’argento. — Quando mai avrei veduto una moneta simile se fossi rimasta con te? Per questo ho preferito andarmene.
Montorsi sorrise mestamente.
— Già, non poteva essere altrimenti — osservò sospirando.
E poi continuò a frugare col suo uncino nel mucchio d’immondizie.
— Senti, Flora — disse ad un tratto, mentre quell’affettuosa ragazza stava per andarsene — dovresti almeno regalarmi qualche soldo. Tu ne hai abbastanza.
— Cosa mai ti viene in mente? — esclamò ridendo quella figlia snaturata — credi forse che io non abbia bisogno del mio denaro? Bisogna tener di conto.
— Soltanto due soldi. Flora, perchè possa comprarmi per colazione una ciliegia nello spirito — supplicò il vecchio.
— Ohibò! — esclamò la ragazza ridendo — credi forse che abbia voglia di favorire il tuo vizio? Hai già bevuto troppo. Vai a casa e dormi.
— Sfacciata, impertinente! — mormorò il vecchio mendicante digrignando i denti.
E per sfogare la sua rabbia, diede un colpo così violento sul mucchio d’immondizie, che questo si sfasciò.
— Vorrei che.... vorrei che....
Montorsi non compì la frase.
Lasciò cadere il suo bastone e raccolse un oggetto nero dal mezzo delle immondizie.
— Ohi! vecchio mio, che cos’è quella roba? — gli chiese Flora che si era avvicinata in fretta. — Per Dio, è un portafoglio!
— Sì, è un portafoglio — esclamò giulivamente Montorsi, le cui mani tremavano. Barcollava, come se stentasse a reggersi in piedi, ed i suoi occhi languidi erano animati dall’immensa eccitazione.
— Sì. Flora è un portafoglio — ripetè — e scommetto la mia testa che non è vuoto. Forse vi troverò del denaro. Lo sapevo che il mucchio d’immondizie in questa nicchia, doveva portarmi fortuna.
Il vecchio mendicante balbettò con stento queste parole. Era tanto eccitato che esitava ad aprire il portafoglio.
— Fa’ presto, vecchio — gli disse Flora con impeto. — Vuoi aspettare che venga qualcuno e che tu debba consegnare il portafoglio alla polizia? Presto, guardiamo che cosa c’è!
Nel dire così, strappò il portafoglio dalle mani del vecchio e lo aprì. Un grido di gioia e di sorpresa ad un tempo le sfuggì dalle labbra.
Ma anche il vecchio mendicante si era precipitato sul portafoglio e mentre le mani di Flora frugavano nell’interno, egli divorava quasi con gli occhi le banconote che ne estraeva.
— Mille, diecimila, centomila! — gridava Montorsi con voce rauca — e ancora, mille e mille.... è.... un mezzo milione!
— Sì, sarà un mezzo milione — affermò la ragazza con voce cupa. — Sa il diavolo chi ha perduto questo portafoglio. Basta, chiunque sia, non lo riavrà mai più!
— No, non lo riavrà mai più, mia cara figliuola — confermò il vecchio Montorsi, barcollando e con la lingua grossa. — Sarei matto a restituirlo. Mezzo milione di lire! E’ la ricchezza Flora. Possiamo ammobiliarci un bell’appartamento, e vorrei che mi cascasse la lingua se berrò ancora dell’acquavite. Berrò spumante, Flora, e ti comprerò degli abiti di seta, e ti procurerò un marito che ti andrà a genio. Sarai una ragazza ricca. Vedi, se anche mi hai negato due miserabili soldi, un padre è sempre un padre, e noi vivremo entrambi felici con questo denaro. Dammi il portafoglio — soggiunse dopo una breve pausa.
Ma le mani bianche della ragazza tenevano stretto il portafoglio, e lo stringevano contro il suo seno. I begli occhi neri erano stranamente dilatati, ed ella fissò il vecchio con uno sguardo simile a quello di un animale di rapina.
— Il portafoglio? — esclamò audacemente la sgualdrina, — no, vecchio mio, non te lo dò! In pochi giorni non ci resterebbe più nulla. Tu continueresti ad ubriacarti e durante l’ubriachezza diresti delle sciocchezze, ed avresti ben presto la polizia alle calcagna, ed allora... allora addio per sempre alla vita allegra e splendida. Il denaro lo tengo io, e tu potrai venire, di quando in quando, a prenderti una decina di lire.
Montorsi sporse innanzi la testa canuta e guardò sua figlia con un’aria fra la collera e l’incoscienza
— Eh, che cosa hai detto? — balbettò. — Non vuoi rendermi il portafoglio? Ma chi ha trovato il tesoro? Infame canaglia, io, Montorsi, l’ho trovato, e tu devi essere ben contenta se ti darò qualche migliaio di lire. Dammi subito il portafoglio, ti dico, oppure.... Sai che Montorsi sa picchiare sodo anche quando è ubriaco.
La ragazza si era sbottonata la camicetta, ed aveva fatto sparire il portafoglio, ponendoselo in seno. Con mano tremante voleva riabbottonarla in fretta, ma Montorsi emise un grido di rabbia e si scagliò su di lei.
Le sue mani stavano per porsi intorno al suo collo, mentre con voce rauca ruggiva:
-— Il mio denaro.... voglio il mio denaro.... Vuoi forse derubarmi? Bada, ragazza, che ti strozzo, se tu....
Ma in quel momento Flora diede con tutta forza uno spintone nel petto al vecchio, che perdette l’equilibrio e cadde sul mucchio d’immondizie con un grido acuto.
Flora gettò uno sguardo intorno a sè, e si convinse che non c’era nessuno nella strada, e che nessuno poteva vederla ed udirla.
Con rapida mossa si chinò, afferrò il pesante bastone uncinato che giaceva accanto al mendicante, ed alzandolo:
— Vuoi forse sbarrarmi la via che conduce alla felicità, vecchio ubriacone? — disse quella figlia snaturata alzando il bastone. — Devi andartene, perchè mi impediresti sempre di fare fortuna. Devi essere freddo e muto per sempre, soltanto allora sarò tranquilla.
E sollevando il bastone con le due mani, assestò un colpo formidabile sulla testa del mendicante, proprio nel momento in cui Montorsi tentava di rialzarsi. Una punta dell’uncino, penetrò profondamente nel capo del misero mendicante, che ricadde subito all’indietro.
Un secondo colpo gli spezzò il cranio, facendo spruzzare tutt'intorno il sangue e la materia celebrale. Allora Flora scagliò lungi da sè il bastone, e fuggì, attraversando di corsa il viale e svoltando poi in una strada laterale.
Non udì più gli ultimi rantoli di suo padre, da lei assassinato. Non vide gli occhi del misero vecchio diventare vitrei, nè il suo corpo contorcersi negli ultimi spasimi dell’agonia.
Con passo leggero e saltellante, andava innanzi come se nulla fosse avvenuto. Ben presto scomparve.
I viandanti che tre ore dopo popolavano il viale e le vie della grande metropoli, in procinto di recarsi ai loro lavoro, si fermavano in quel mattino sugli angoli delle vie ai quali si leggeva a grandi lettere quanto segue:
«Premio 10.000 lire.
Ieri, verso le quattro del pomeriggio, il fattorino della Banca Gaetano Busoni, via Veneto 11, di nome Enrico Girandini, ricevette 500,000 lire in tanti biglietti da mille, con l’incarico di depositare questo denaro presso il Banco di Milano, sul conto corrente della Ditta. Girandini, come si è constatato due ore dopo, non si è presentato alla sede principale del Banco di Milano, quindi non ha eseguito l’incarico ricevuto. Invece, dal momento in cui ha lasciato la Banca, è scomparso, talché è giustificato il sospetto che il suddetto Enrico Girandini sia fuggito col denaro. Enrico Girandini ha 57 anni, è di statura alta e segaligna, ha capelli grigi folti, baffi grigi ed occhi grigi. Segni particolari nessuno. La Ditta Gaetano Busoni corrisponderà a colui che arresterà Enrico Girandini un premio di 10,000 lire. E dato il caso che si ottenesse il recupero della somma rubata, il premio verrà elevato a lire 30.000.

Il Prefetto di Polizia».

Il Tenebroso Bosco dei Misteri: La Stirpe del Lupo



Il Tenebroso Bosco dei Misteri di Gustavo Giorgio Arnoldi

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Presentazione
Il professore William Sparrow, una sera, mentre sta attraversando, con la propria bicicletta il bosco di Guilford per andare a casa ode un grido. Incuriosito si dirige verso quel grido e scopre così il cadavere di un uomo che è stato appena strangolato e a cui hanno estratto gli occhi dalle orbite. Senza perdere tempo corre al villaggio e avverte sia la polizia che il medico condotto: il dottore Dick Henshaw.
Una sorpresa li attende nel bosco: il cadavere dello strangolato è scomparso. Sia la polizia che il dottor Henshaw si chiedono se il professore Sparrow non abbia bevuto o se non soffra di allucinazioni, ma il ritrovamento di alcune macchie di sangue e di una miniatura raffigurante una bellissima ragazza, con sullo sfondo una testa di lupo, li fanno ricredere.
Per il curioso dottor Henshaw si presentano molti quesiti da risolvere. Chi ha ucciso quell'uomo e perchè? Perché gli hanno cavato gli occhi? Chi ha portato via il corpo durante l'assenza del professore e dove l'ha occultato? Che parte ha nella faccenda l'uomo di cui il professore ha udito i movimenti? Chi ha lasciato cadere la miniatura? Chi è la fanciulla del ritratto? E cosa c’entra in tutta questa storia il fantomatico Libro delle Ombre? Esiste davvero l’ordine segreto delle Suore Templari del convento La Stirpe del Lupo? E se questo ordine esiste che ruolo gioca in tutta la vicenda?
Inoltre il delitto è avvenuto nella tenuta del Marchese de Cerennes, proprietario del Castello di Guildford. E per il dottor Henshaw è un rebus il perchè un francese si sia installato in un villaggio inglese così tranquillo e privo di attrattive. Inoltre il francese non esce mai di casa ed è sempre circondato da una quantità incredibile di stranieri.
Un giallo serrato e pieno di ritmo e mistero, con un finale imprevisto.
Incipit
Il vento del Nord che soffiava tra le montagne era gelido e spazzava la neve lungo tutta la brughiera, ma ancora più gelida era la bufera che tagliava l’aria con un sibilo sferzante e che colpiva i volti dei viandanti come una frustata in pieno volto.
Ellinor, una suora dell’Ordine Segreto delle Suore Templari, si fermò un attimo ad osservare la grigia bruma che scendeva sulla vallata e guardò con preoccupazione il sentiero gelato che si inerpicava su per la foresta, con la brina del canuto inverno che avvolgeva gli alberi brulli e pieni di desolazione. Si maledì per essere condannata a percorrere quel sentiero deserto in una notte come quella.
Si appoggiò alla sua spada e osservò perplessa e cupa il buio che giaceva silenzioso di fronte a lei. Ellinor aveva affrontato molti pericoli durante la sua breve vita e, solo in rarissime occasioni, aveva avuto modo di provare un sentimento di paura, la stessa paura che si stava insinuando in lei lentamente.
Si disse che non ne aveva motivo, ma quelle ossa frantumate e spezzate lungo il sentiero non lasciavano presagire nulla di buono. Su alcune di esse vi erano ancora brandelli di carne e ciò stava a significare che potevano essere lì al massimo da una settimana.
Chi poteva aver massacrato quegli uomini o quelle donne? In quelle terre maledette e senza nome non vi si avventuravano nemmeno i razziatori di Ortuk, e, per quanto ne sapeva, dovevano essere terre abitate solo da demoni e da esseri infernali, ma, allora, perché degli uomini vi si erano inoltrati per farsi massacrare?
Sul terreno vi erano ancora delle armi, daghe, lance da guerra, scudi, e i metalli si sgretolavano lentamente sotto l’attacco degli agenti atmosferici. Attorno alle ossa della gola scheletrica di uno dei morti luccicava ancora una magnifica collana tempestata di diamanti. Quindi non erano stati uccisi per essere depredati: sicuramente quel gioiello avrebbe costituito un prezioso bottino per qualunque selvaggio predatore.
Ellinor osservò attentamente i cadaveri. Non erano stati trafitti da lance o da spade, la loro carne era stata strappata e lacerata da artigli. Possibile che delle belve avessero fatto tutto ciò? Un particolare che attirò la sua attenzione, accrebbe ulteriormente i suoi dubbi.
A pochi passi di distanza si ergeva un gigantesco albero, alto cinque o sei metri. Per i primi tre o quattro metri era privo di rami, e il fusto imponente era troppo largo perché si potesse scalarlo, se non con l’ausilio di una scala. Eppure, dal ramo più alto pendeva uno scheletro.
Il disagio di Ellinor aumentò. Come erano arrivati a quell'altezza quegli infelici resti? E perché prendersi la briga di appenderli ad un ramo? Era forse un monito?
Ellinor si strinse nelle spalle e, come a trovare conforto, strinse l’impugnatura della sua spada. Si chiese se avesse paura e si rispose di sì, ma non era la paura che attanaglia generalmente gli uomini comuni di fronte all'incognito e all’arcano.
Anni di lotta in terre straniere contro le più disparate razze di uomini, contro stregoni e demoni umani di ogni tipo, l’avevano temprata al pari dell’acciaio. Ciò nonostante, e di ciò era contenta, continuava ad avere sempre paura, una paura che la costringeva ad essere vigile, a non allentare mai la guardia. E quella paura l’aveva più volte salvata da morte certa.
Il rumore di un ramo spezzato la fece sobbalzare. Estrasse la spada e restò in attesa, attenta ad ogni minimo rumore. Al limitare del bosco due occhi di brace la stavano osservando. Poco dopo, un gigantesco lupo fece la sua apparizione. Stranamente non sembrava aggressivo. La osservava con curiosità.
Ed Ellinor fu quasi contenta di vederlo. Perlomeno, non era un demone. Una grande e crescente forza cominciò a struggersi in lei a risolvere un grande mistero: la ragione perché quell’enorme lupo selvaggio non la attaccasse, al contrario, quasi desideroso di avvicinarsi a lei, come a trarne un conforto.
I loro occhi s'incontrarono. Per un momento entrambi trattennero il fiato, poi Ellinor disse piano:
Dimmi che non vuoi farmi del male.
E per la prima volta il lupo udì la voce di una donna, e gli suonò così dolce ed carezzevole che suo malgrado l’indole feroce che era in lui rispose con un guaito che giunse appena alle orecchie di Ellinor.
L’istinto della donna le disse che per lei il più grande pericolo in quella terra desolata veniva soltanto dalle mani degli uomini o dei demoni. Nelle sue vene scorreva il sangue di una guerriera di Dio. Era lei la cacciatrice di tutti quegli esseri infami che pullulavano le desolate terre del Nord. Nessuna creatura, bipede o con le ali, con o senza artigli, avrebbe mai dato la caccia a lei.
Lentamente ella allungò un braccio, nudo e morbido. Il lupo avrebbe potuto dare uno sbalzo per la lunghezza del corpo e conficcarvi i denti, ma qualcosa lo trattenne. Sapeva che non era una nemica. Sapeva che quegli occhi scuri non esprimevano il desiderio di fargli del male e la voce gli veniva come una strana e dolce musica.
E si lasciò toccare.

E, nel silenzio innaturale della foresta, si udirono degli strani bisbigli sulle cime degli alberi. Bisbigli che aumentarono di intensità sino a divenire urla, urla di dolore. Il lupo si rannicchiò sotto la sua carezza. Restarono entrambi immobili in ascolto di quel grido che sembrava un’orgia di carne lacerata e di sangue che scorreva. Era come un lamento che invocava nella notte la morte. Il lupo cominciò a tremare e a guaire. Ed Ellinor tremò con lui.

L'Ombra della Follia



L'Ombra della Follia di Guglielmo Lanyon Dave

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Presentazione
Una storia d’amore e di mistero. Nel 1948, Christoph Brussig, che undici anni prima si era esiliato volontariamente in Argentina, per non vivere sotto il regime nazista, rientra in patria. Mentre è in cerca di lavoro si imbatte con la segretaria del dottor Wenzel che lo assume come autista.
Da questo momento la sua vita cambia radicalmente. Giunto alla villa del dottor Wenzel egli si accorge ben presto che quelle mura racchiudono un terribile segreto. Ma quale? Chi è la donna, pallida ed emaciata, che ha visto ad una finestra? Chi ha emesso un grido nella notte? Perché ogni tanto il giardiniere della villa brucia della Male Erbe, anziché lasciarle a concimare il terreno? E chi è Quasimodo, un essere deforme che somiglia ad una scimmia?
Poi, alla villa giunge una ragazza. La signorina Gwendolin Sauerwein ed allora si fa pressante per il giovane scoprire la verità di tutto quello che lo circonda.
Alle fine del romanzo un racconto di Adelaide Byrne in regalo: Sheila Holmes e il Volo della Morte.
Incipit
Al suo sbarcare a Hamburg, nel 1949, Christoph Brussig possedeva 100 marchi e undici pfennig e non aveva alcuna prospettiva davanti a sé. Era venuto da San Carlos de Bariloche, una città dell'Argentina situata nella provincia del Río Negro, nella Patagonia nord-occidentale, ai piedi delle Ande, sulle sponde del lago Nahuel Huapi.
Si era recato colà nel 1938, dopo aver compreso appieno la follia del Terzo Reich, e vi aveva trascorso ben undici anni di esilio volontario, quando, preso dalla nostalgia della sua terra, si era imbarcato nella stiva di un grande transatlantico.
Ritornava in patria senza sapere egli stesso il perché, tolto che si sentiva un pò stanco di quella vita errabonda, tra nostalgici del nazismo che, nel frattempo, avevano invaso l’Argentina, e il pensiero che, probabilmente, in Germania avrebbe avuto una sorte migliore di quella che aveva incontrato in Sud-America. E, in ultimo, forse, il natio loco gli aveva insensibilmente toccato le corde del cuore.
Se si fosse reso conto della presenza di questo sentimento avrebbe forse riso di una sentimentalità a lui ignota, perché grande era l’abisso che lo separava da essa e per non avere egli mai provato emozioni d’amore o sdolcinate tenerezze.
Da una feritoia del bastimento aveva osservato lo sbarco dei passeggeri di prima classe, ricchi americani e canadesi, che i rapidi espressi avrebbero condotti a Berlino nei sontuosi alberghi delle Forze Alleate. I passeggeri di seconda e terza classe, al contrario, si sarebbero diretti verso Bremen, Hannover e Düsseldorf, la maggior parte per lavorare nella risorgente industria tedesca. Ad accoglierli vi erano i parenti, gli amici, le mogli o le fidanzate. Ma per lui, non una voce di benvenuto, non una stretta di mano, nè una mensa preparata per il suo arrivo.
Era penoso questo suo ritorno in Germania dopo tanti anni di inutile vagabondaggio in un paese che, per quanto ospitale, gli era sempre rimasto indifferente. Appena trentenne non sapeva convincersi egli stesso dell’età sua, tanto si sentiva invecchiato.
Undici anni prima era partito pieno di speranze, pensando che il mondo sarebbe stato meglio di quella sua patria che vedeva andare incontro alla più totale rovina, ma erano stati undici anni sciupati!
Ripensava come erano trascorsi. In Germania era stato operatore per il regista Friedrich Christian Anton Lang che, come lui, nel 1933, era stato costretto a trasferirsi in Francia, avendo, infatti, egli rifiutato l’incarico di alto dirigente nell'industria cinematografica nazista, carica offertagli da Goebbels in persona.
Come lo stesso regista gli aveva confessato, l’ultima volta che si erano visti, il regime aveva sempre violentemente avversato una delle sue pellicole più celebri, M - Il mostro di Düsseldorf, ed aveva impedito la distribuzione di Il testamento del dottor Mabuse. Lang inizialmente aveva accettata l'offerta, ma la sera stessa, sospettando una trappola, era fuggito dalla Germania.
Una volta in Argentina, Christoph Brussig, aveva lavorato la terra, aveva fatto il minatore, era stato occupato in una fabbrica di automobili, poi era stato conducente d’automobile presso il sindaco di Bariloche, quindi commesso in un negozio di calzature, con non piccolo sacrificio, e infine sguattero sui treni, cosa questa che gli era piaciuta ancora meno.
Ed era ritornato alle sue terre senza che il mondo si fosse schiuso davanti a lui, senza aver potuto penetrarvi. Per colpa sua? O era quello il suo destino?
Camminando lungo il molo, fece un più accurato esame della sua cassa: cento marchi... Non erano molti per affrontare il mondo con le sue incognite. Pur tuttavia si sentiva relativamente soddisfatto, constatando che il suo gruzzolo sorpassava di molto la cifra che aveva disponibile alla partenza. Senza dubbio egli si sarebbe messo a posto a Berlino, speranza giustificata per chi non sapeva di quanti spostati Berlino rigurgitava.
Contava di passare quella notte a Hamburg per prendere uno dei primi treni il mattino seguente. Non aveva la più vaga idea di quello che avrebbe potuto fare nella grande metropoli. Qualche occupazione gli sarebbe pur capitata sotto mano: una ruota da pulire, piatti da rigovernare.
Non sarebbe poi stata la prima volta che si dedicava a simili lodevoli mestieri. Del resto vi erano sempre piroscafi pronti per la partenza da Hamburg, ed egli conosceva bene il lavoro che offre la stiva: nessuna preoccupazione, perciò.
Aveva una sorella sposata a un rispettabile impiegato di Banca in qualche località vicino Frankfurt am Main. Ma sapeva anche che i rispettabili cognati occupati in Banca non avevano soverchia simpatia per le persone irrequiete. Meglio quindi evitare Frankfurt am Main.
Vagò così per Hamburg in cerca di qualche asilo che facesse per lui.
L’esperienza gli aveva insegnato molte cose, e se non aveva saputo profittarne la colpa era tutta sua. Come avviene per tanti al mondo, anch’egli aveva trascurato le occasioni, e ciò, senza dubbio, per un certo senso di scrupolosità: così, almeno, si lusingava di convincere se stesso.
Per questo forse non aveva ceduto alle amabili offerte della figlia del sindaco di Bariloche, una ragazza tutta pepe, molto democratica, ma con l’idea fissa del matrimonio in testa.
La cosa era rimasta lì. Non sapeva, nè aveva voluto mai sapere se doveva rimpiangere o meno le buone occasioni trascurate. E continuava a ripetersi ch’egli era un buono a nulla, un mancato della vita. Naturalmente non ne era punto convinto, mentre un innato suo umorismo gli permetteva di ridere di se stesso: una grande fortuna per lui.
Mentre così ragionava incontrò per caso un signore che, nel chiedergli una informazione, lo informò che si doveva recare alla periferia di Postdam una ventina di chilometri da Berlino. Per risparmiare i soldi del treno si fece dare un passaggio.
Si era in estate e, quando intraprese il suo viaggio, il sole splendeva. Si è ingiusti verso la Germania, asserendo che colà piove di continuo: faceva un tempo splendido.
Proseguiva veloce con la pipa fra i denti. Dopo tutto il paese piaceva molto anche a lui: per gli eletti della sorte doveva esser singolarmente splendido. Si era aspettato rovine e macerie, ma, nei piccoli villaggi, la vita era rinata velocemente. Tutto si presentava regolare, bene allineato, sembrava il luogo adatto per chi vuol sognare una vita facile e comoda.
Proseguì il suo cammino e arrivò a Postdam sul calar del giorno, prendendo stanza in un pubblico alloggio ove lo ritennero un sud-sud-americano a motivo del suo accento. Egli li lasciò in tale convinzione, poco importandogli questa come tante altre cose. Del resto di tedeschi ve n’erano molti: uno più uno meno, poco contava.
La prima fase del suo viaggio si era dunque svolta senza intoppi. La seconda però doveva dimostrarsi ben più movimentata. Brussig non si occupava di controllare tempo e distanze, poco importandogli dell’uno e delle altre. Pensò che venti chilometri da Berlino non erano troppi e, un giorno o l’altro, sarebbe pur entrato nei sobborghi distrutti dalla guerra. L’importante non era capitare nella zona controllata dai russi.
Si sedette su una panca per riempire la pipa e forse per filosofare un pò seriamente, perchè noi siamo tutti portati a fare della filosofia. Il suo passato gliene dava, del resto, non poco argomento. Ma proprio in quel punto avvenne un fatto che lo trasse dalle sue meditazioni.
A forse cento metri dal luogo ove egli si era fermato, la strada faceva una curva repentina. Un’automobile apparve improvvisamente a quella svolta, a una velocità veramente eccessiva. Prima che il nostro viandante potesse rendersene conto, l’automobile andò a cozzare contro una siepe ove rimase ferma.
Brussig balzò in piedi e si precipitò sul posto, pensando che lo chauffeur doveva esser pazzo per fare una curva a tale velocità. Essendo egli, in auto, prudente per natura, sentiva un grande disprezzo per coloro che facevano gli sbruffoni.
Evidentemente uno di questi era l’individuo che una donna, balzata dalla vettura, apostrofava con accenti di rabbia, il conducente, che se ne stava imperturbato sul suo sedile e lisciava con una mano il copertone di una ruota anteriore.
Togliete la macchina di là, — strillava la donna. — Che state a pensare seduto a fare smorfie come un idiota?
No, non mi muovo, — borbottò l’uomo che sembrava prendere piacere alla situazione.
Divertito dalla scena, Brussig trovava che la donna era assai desiderabile. Sotto il leggero abito estivo, il suo corpo era snello e aggraziato. Le si potevano dare non più di una trentina di anni, anche se forse ne aveva di più.
Tutta la sua attenzione si concentrò su di lei. Non vedeva nient’altro. Ogni cosa in lei lo affascinava. La lucentezza dei capelli, il colore degli occhi, la forma del viso! Il morbido candore delle sue braccia nude, i polsi sottili, le dita affusolate, esprimevano una grazia e una signorilità fuori dal comune. Il suo profumo, poi, era eccitante e pudico al tempo stesso!
Il desiderio, in lui, evocò visioni senza veli della avvenenza celata sotto quegli abiti che tanto le donavano. Aveva esili seni soffici, che gli fecero pensare che si sarebbero adattati benissimo alla sua mano, come le anche strette, il ventre piatto, le natiche tese e turgide, la pelle delle cosce liscia e pallida come alabastro! E, fra esse, sotto la delicata seta delle mutandine ……..
La donna sembrò accorgersi del suo sguardo e sembrò leggergli nel pensiero. D’altronde ogni gesto, ogni sguardo di lui rivelava i suoi pensieri, più chiaramente che con parole. In altri momenti ne sarebbe stata divertita e lusingata, ma in quel momento aveva ben altro a cui pensare.
Ella girò attorno lo sguardo: i suoi occhi schizzavano fuoco.
Colui è pazzo, — disse. — E’ ubriaco!
Ed era quasi evidente. L’uomo continuava a ghignare in modo amabile, stupido. Il cofano della vettura stava inclinato di tre o quattro piedi sopra la siepe, il che permetteva allo chauffeur di starsene elegantemente adagiato.
Egli appariva perfettamente felice nella sua pace. Brussig ammirava quell’atteggiamento di incosciente filosofica noncuranza. Un uomo che va ad appollaiare la sua macchina in cima a una siepe e si pone a dormire pacificamente su di essa è certamente qualche cosa di straordinario.
Si direbbe che vi si è accomodato per passarvi la sua giornata.
E’ proprio così, — ghignò lo chauffeur. — Qualche volta ci adagiamo, qualche volta balziamo in piedi.
Quest’ultima frase aveva un significato che Brussig non riuscì a capire. Ma fu colpito dall’insolenza dello chauffeur e della isterica nervosità della donna che continuava a imprecare, ma senza efficacia di sorta. Poi ella si volse, implorante, quasi piangente, al nuovo venuto.
Vede in quale stato è? Che debbo fare?
Ella sapeva di aver fatto una conquista, e in modo civettuolo gli chiedeva aiuto.  Brussig le sorrise, non un sorriso di semplice cortesia, bensì allusivo a molto di più per farle capire che era interessato a lei, che sapeva ch’ella avrebbe potuto interessarsi a lui, ch’egli avrebbe gradito codesto interesse in ogni fibra del suo essere e disse, banalmente:
Credo che dobbiamo sbarazzarci di lui, — egli disse. — Me lo permette?
Vuol dire che lei...
Leverò di là quell’incomodo, se lei approverà il provvedimento.
Gettandolo poi nel fosso, — ella replicò senza esitazione.
Brussig si appressò all’uomo e disse:
Avete inteso?
Ho capito benissimo.
Allora uscite di là.
Visto che il comando non era eseguito con prontezza, Brussig balzò sulla vettura, afferrò per il collo il recalcitrante e lo scagliò senza cerimonie sulla via. Accasciato sul terreno, lo chauffeur cominciò a bestemmiare, ma il suo antagonista, curvo su di lui, impose:
Silenzio, niente bestemmie!
L’ammonizione non fece che infervorare l’individuo che, saltato in piedi, con l’occhio di fiamma, assunse una posa da lottatore, coi pugni serrati. Poi si gettò a terra nuovamente, di botto, e cominciò a grattarsi un orecchio.
Ecco quello che gli spetta, — disse la donna con un sorriso al suo protettore.
E quello che spetta a lei è la prigione, — ribattè lo chauffeur, — a lei e a tutti gli altri.
Voi siete licenziato, — ella disse, — Andatevene e non fatemi più vedere la vostra faccia.
Forse la rivedrà più di quanto non vorrebbe.
Lo prenda a calci, — disse la donna, rivolta a Brussig, sempre pronto all’azione quando si presentava motivo di spiegare la propria forza. Ma egli era ben lungi dal sentirsi adirato. L’incidente aveva destato in lui uno strano interesse. Guardò l’uomo e sorrise. Fosse questo sorriso o la vicinanza di scarpe ben suolate, sta il fatto che egli sorse in piedi continuando a grattarsi dietro l’orecchio.
Siete ubriaco, — disse Brussig.
Davvero?
! — strillò la donna.
Ne dubitate ancora?
Avrò a che fare con voi due nei prossimi giorni, con voi e con gli altri. Sa benissimo, costei, quello che intendo dire, e ve ne sono molti, oltre a me, che sanno e hanno visto. Ora andatevene al covo come meglio potete, spero che vi romperete il collo.
Ciò detto si allontanò con passo non del tutto sicuro. Brussig e la signora lo seguirono con lo sguardo, senza dire una parola, ma Brussig osservò che dal viso della donna era scomparso il rossore dell’ira per dar luogo a un’espressione di durezza che traspariva da tutto il suo contegno.
Non essendo al corrente del significato che potevano avere le parole beffarde dello chauffeur, se un significato avevano, non vi fece gran caso, quantunque la parola, covo gli fosse suonata non troppo piacevolmente. Nessun servo, anche se licenziato, usa generalmente chiamare così la residenza dei suoi ultimi padroni.
Ma dopo che lo sdegno della signora fu spento, ella sorrise per la vittoria riportata.
Non so davvero come io abbia sopportato così a lungo quell’individuo, l’ubriachezza è grave difetto, particolarmente in un conducente. Ebbi sovente motivo di sospettare, ma mai fino a oggi ne ebbi conferma... E ora non mi resta che ringraziarla. Crede che la vettura sia danneggiata?
Non credo. La siepe è folta e cedevole.
Sarà possibile toglierla di là? Ha qualche pratica di automobili?
Se aveva qualche pratica di automobili?
Rispose che se ne intendeva alquanto, e si dispose ad esaminare il caso. Poi, con un balzo al volante, egli fece retrocedere la macchina sulla strada.
Nessuna avaria, — sentenziò.
Vedo che lei sa guidare.
Ho guidato un pò...
Vorrei sapere se avrebbe la bontà di condurmi a casa.
Con infinito piacere.
Non costituirà un’interruzione dei suoi piani di viaggio?
Brussig l’assicurò che non era punto il caso. Il suo cammino era nella direzione segnata dal fato. E in questo momento egli lo doveva percorrere in una bellissima automobile di gran lusso, i cui pregi, da esperto quale egli era, non gli erano sfuggiti.
E anche la signora era bella, decisamente attraente, pur non essendo molto giovane. Nel salire sull’auto, la gonna della donna, che evidentemente aveva un spacco, si aprì come un ventaglio e la gamba destra fu visibile sino al limite dell’inguine. La donna sembrò non farci caso, ma Brussig era convinto che lei si era accorta del suo sguardo avido.
Partirono. La vettura procedeva leggera. Egli si sentiva contento al volante. Quanto alla strada che stava percorrendo e alla meta che lo attendeva, nulla sapeva e nulla voleva sapere. Era un’avventura interessante e ne sarebbe uscito qualche cosa. Fosse un lavoro o una occasionale avventura sentimentale, era pur sempre qualcosa che rompeva la monotonia della sua insignificante vita.
Di tanto in tanto la sua compagna di viaggio gli indicava il cammino, ed egli voltava a destra o a sinistra a seconda delle istruzioni che riceveva: il paese gli era completamente nuovo. Cercò di indovinare ove si trovava, ma subito vi rinunciò. Che gli importava?
Dopo un buon tratto e dopo aver svoltato e aver percorso una strada laterale, vennero a trovarsi davanti a due enormi cancelli attraverso i quali, al di sopra della cima degli alberi, egli scorse emergere il luccichio del tetto e dei camini. La casa era circondata da un’alta muraglia di mattoni, così almeno credette vedere mentre si avvicinava: evidentemente era giunto in una comoda, confortevole residenza.
Colà arrivati, la signora mise fine alle congetture di Brussig, porgendogli un mazzo di chiavi e pregandolo di aprire il cancello, dopo aver scelto quella destinata all’uopo. Egli balzò a terra ed eseguì l’ordine, fece poi entrare la vettura e richiuse il cancello.
La signora, dopo avergli raccomandato di chiudere a doppia mandata, si sporse dalla vettura per assicurarsi che l’operazione venisse eseguita a puntino. Stese la mano per riavere le numerose chiavi che dimostravano come ella tenesse molte cose sotto la sua vigile sorveglianza.
Un sentiero tortuoso li condusse di fronte alla casa, un edificio bianco e quadrato di due piani con importanti annessi. Egli saltò a terra e aprì lo sportello della vettura.
Siamo dunque giunti…. — egli disse.
Ella lo guardò per un istante senza parlare.
Il giovane vide i suoi vivi grandi occhi che l’osservavano attentamente e sentì di esser esaminato e pesato. Per nulla turbato, rispose a quello sguardo, sorridendo con grande calma, come persona sicura di sè.
La ringrazio infinitamente, — ella disse. — Non so che cosa sarebbe avvenuto senza di lei, quell’uomo era terribilmente pericoloso.
Sono lieto di averla servita, — disse Brussig.
Ella lo guardò nuovamente con occhio scrutatore e sperimentato. Aveva avanti a sè un uomo straordinariamente bello, con una bocca espressiva e un paio d’occhi che mandavano lampi di vivacità e di intelligenza. Si vedeva che ella non riusciva facilmente a determinare la classe sociale a cui egli apparteneva. Poi indicò l’angolo dell’edificio adiacente.
Che direbbe se la pregassi di condurre la macchina in rimessa? E non se ne vada, devo parlare con lei.
Egli la vide poi dirigersi alla porta principale d’ingresso che aprì con una delle sue chiavi. Si chiese dove erano i servi, dove gli abitanti della casa? Non si vedeva anima viva e uno straordinario silenzio incombeva su tutta la dimora.
Ma mentre si volgeva per risalire al volante, alzò involontariamente gli occhi e scorse un pallido viso guatarlo da una delle finestre, attraverso le tende scostate. Questa apparizione però fu subito celata dalle tendine rapidamente riaccostate. Era stato un volto di uomo o di donna? La visione era stata troppo rapida per poterne essere certo.
Condusse l’automobile in rimessa e la ripose in ordine al suo posto, accese quindi una sigaretta, disponendosi ad attendere la signora, quando vide un uomo lungo, allampanato, avvicinarsi con fare circospetto. Reggeva un canestro di giunco pieno di erbaggi, portava le ghette e grosse scarpe tutte inzaccherate di calce e di fango. Si capiva che era un giardiniere o un bracciante colà occupato.
L’uomo si appressò guardingo, strascicando le gambe in modo strano, come se le scarpe fossero troppo pesanti per le sue esili gambe. Aveva un aspetto ributtante con la sua faccia cadaverica e gli occhi imbambolati nascosti da folte irte sopracciglia.
Brussig lo salutò sorridendo, ma non ebbe risposta. L’uomo stava immobile davanti a lui fissandolo con una strana espressione di antipatia. Brussig accentuò il suo sorriso. Decisamente egli era caduto fra gente strana, incomprensibile.
Dov’è Andreas? — disse il giardiniere.
Andreas?
Certamente. Nessuno qui sa trattare le automobili, eccetto lui.
Proprio così?
E’ stata lei a licenziarlo?
Lei?
L’uomo ebbe uno sguardo furtivo, volgendo il capo da una parte, prima di rispondere... Brussig comprese che quegli occhi esprimevano una specie di strano timore.
Non so capire, — disse il giardiniere.
Non sa capire che cosa?
Come lei venga a prendere il posto di Andreas. Credevo che fosse qui per tutta la vita come me.
A quanto mi sembra qui si è in un luogo poco piacevole.
Lei ha detto bene, a quanto sembra.
Fece un passo avanti col dito sul labbro e con un lampo di incredibile espressione negli occhi.
Ma quello che ella non sa...
Poi si interruppe improvvisamente, una voce chiamò:
Gismund!
Era la signora, sua compagna d’ avventura. Ella si avvicinava, sorridendo.
Una bella raccolta di ortaggi, — disse, indicando il cesto. — Portateli in cucina. Voi siete davvero il miglior giardiniere del circondario.
Gismund, che, sentendosi chiamare, aveva cominciato a tremare, ebbe un vago sorriso sulla pallida faccia quando intese il complimento e si allontanò camminando penosamente.
Ella lo seguì con lo sguardo finché disparve all’angolo della casa.

Uno strano vecchio, — disse, — ma un abilissimo giardiniere.

Il Testamento della Morte



Il Testamento della Morte di Giuseppe Fabbri Fletther

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Presentazione
Romanzo Poliziesco. Genere Avventuroso-Suspense. Police procedural: mentre i gialli classici adottano la convenzione di far coincidere il climax con la rivelazione del nome del colpevole, nel Police Procedural l'identità del cattivo è spesso nota al lettore sin dall'inizio della storia.
Una sera un vecchio venditore di libri antichi si reca nello studio del Notaio Castelli per parlare con lui. Il notaio non c’è e le ultime volontà del vecchio, che in quello studio trova la morte per infarto cardiaco, vengono raccolte da un collaboratore del notaio: Leandro Sarti. Il quale entra in possesso anche di un testamento olografo.
Da quel momento la vita di più persone viene sconvolta e all’avvocato Umberto Spallino è dato l’incarico di dipanare la complessa vicenda assicurando alla giustizia i colpevoli di turno.
In una Livorno del 2008, ben caratterizzata, si sviluppa una storia avvincente e affascinante che ci farà scoprire come il delitto non paga mai.
Ogni riferimento a fatti o persone, esistenti o esistite, è puramente casuale. La storia è frutto di fantasia e non ha alcun riferimento con la realtà.
Incipit
Leandro Prati, impiegato dell’ufficio legale e notarile Castelli & Pasquini di Livorno, un giovanotto che desiderava ardentemente fare strada nella vita, con qualunque mezzo senza eccezioni, aveva trovato un giorno visitando la biblioteca della città una massima di San Francesco di Sales che gli era piaciuta moltissimo. «Bisogna avere un cuore capace di pazientare,» diceva San Francesco, «i grandi disegni si realizzano solo con molta pazienza e con molto tempo». Quella sembrava a Leandro Prati una delle più belle gocce di saggezza, che mai gli fossero capitate sott’occhio.
Egli sapeva che la pazienza e la sua ambizione lo avrebbero portato lontano. Inoltre egli era consapevole che c’era un’altra cosa, oltre al tempo, alla pazienza e all’abilità, necessarie ai giovani forniti delle sue doti, una cosa che anche San Francesco apprezzava molto... l’occasione.
Egli poteva trovare in sé delle risorse di pazienza, aveva tempo disponibile... ma bisognava che l’occasione si presentasse ad aiutarlo. In altre parole, a Leandro Prati occorreva un’occasione. Quando si fosse presentata avrebbe ben saputo afferrarla.
Prati non lo sapeva, mentre se ne stava nel vestibolo dell’ufficio legale, alla fine di un certo pomeriggio d’inverno, ma l’occasione che egli aspettava stava proprio salendo le scale... e non solo l’occasione, ma la tentazione, sospinte entrambe dal diavolo. Arrivarono al momento giusto, poiché Prati era solo. I notai e gli avvocati erano usciti, gli altri impiegati erano usciti, il fattorino era uscito e di lì a pochi minuti anche Prati sarebbe uscito.
Stava soltanto dando un’occhiata attorno prima di chiudere l’ufficio. Occasione e tentazione entrarono sotto la forma di un vecchio, certo Andrea Bartolomei il quale aprì la porta, mise dentro la testa e domandò con voce tremula se c’era qualcuno.
— Ci sono io, signor Bartolomei — rispose Prati riaccendendo la luce che aveva appena spenta. — Accomodatevi. In che cosa posso servirvi?
Andrea Bartolomei entrò sbuffando e tossendo. Era molto vecchio, debole e curvo, con una faccia tutta raggrinzita. Nulla sembrava vitale in lui, eccetto gli occhi luminosi e mobilissimi. Tutti lo conoscevano, era una delle istituzioni di Livorno.
Da cinquant’anni aveva un negozio di libri d’occasione in Via Leonardo Gambini, il vicolo che congiungeva Via Roma con Via Marradi. Non era un comune negozio di libri usati. Il proprietario si qualificava libraio antiquario, era conosciuto in due continenti e faceva affari con bibliofili milionari.
La gente di Livorno talvolta si stupiva udendo raccontare che il signor Andrea Bartolomei aveva pagato duecentomila Euro per un incunabolo, oppure aveva venduto per il doppio di quella cifra un Messale a qualche collezionista russo. Si aveva una vaga idea che il vecchio fosse fornito di mezzi, nonostante il suo aspetto miserabile e trasandato, e che quel suo bizzarro negozietto, nella cui vetrina erano esposti certi volumi che all’occhio inesperto parevano da buttare nella carta straccia, doveva contenere molta merce convertibile in oro.
Queste non erano che congetture, ma da Castelli & Pasquini si sapeva tutto sul conto di Andrea Bartolomei, poiché quello era l’ufficio notarile di cui il vecchio si serviva. Leandro Prati che era il primo impiegato ne sapeva quanto i principali. Il testamento di Bartolomei era depositato allo studio notarile e lo stesso Prati aveva fatto da testimone all’atto della stesura.
Il vecchio si avanzò nel vestibolo fino a un tavolino al quale si appoggiò ansando. Prati si affrettò ad aprire l’uscio di uno studio privato.
— Venite nello studio del dottor Castelli, signor Bartolomei — disse. — C’è una poltrona comoda... sedetevi. Queste scale sono faticose, è vero? Io stesso talvolta rimpiango che l’ufficio non sia al pianterreno.
Accese la luce nella stanza di Castelli che era il decano dello studio, poi prese a braccetto il visitatore e lo sorresse fino alla poltrona. Infine, dopo aver chiuso l’uscio, si sedette alla scrivania di Castelli, intrecciò le dita e aspettò.
Sapeva per esperienza che il vecchio Bartolomei non poteva esser venuto se non per affari. Sapeva anche, essendo da molti anni impiegato da Castelli & Pasquini, che si sarebbe sbottonato con lui come con i suoi principali.
— Fuori c’è un nebbione d’inferno — brontolò Bartolomei dopo un accesso di tosse. — Mi penetra nei polmoni, mi fa tossire e allora il mio povero cuore ammattisce. Il dottor Castelli non c’è?
— Se n’è già andato — rispose Prati. — Tutti se ne sono andati, signor Bartolomei... ci sono soltanto io.
— Non fa niente — fece il libraio. — Mi bastate.
Si protese in avanti e batté sul braccio dell’impiegato con un indice lungo che pareva un artiglio, poi soggiunse sorridendo:
— Sapete, ho fatto una scoperta!
— Ah, sì? Qualcuno dei vostri libri rari, signor Bartolomei? Forse avete comprato per due centesimi qualcosa che potrete vendere per dieci euro? Sempre fortunato, voi!
— Niente di tutto questo! — ribattè Bartolomei ridacchiando. — Ho trovato qualcos’altro, una mezz’ora fa, e sono venuto qui difilato. Roba da notaio naturalmente.
— Si? E di che cosa si tratta? — domandò ancora Prati.
Si aspettava che il visitatore traesse qualcosa di tasca, ma il vecchio tornò a protendersi in avanti e ancora una volta puntò l’indice contro il suo braccio.
— Dite un po’, vi ricordate di Gaetano Malenchini e della faccenda di... quanto tempo è passato?
— Due anni — rispose Prati prontamente. — Naturale che mi ricordo. Come potrei essermene dimenticato?
Il giovanotto riandò con la mente a un episodio che aveva sollevato grande scalpore nella zona di Livorno. Una mattina d’inverno, circa due anni prima, il signor Gaetano Malenchini, uno dei più noti industriali tessili della città era rimasto ucciso nel crollo della ciminiera del suo stabilimento.
Le condizioni della ciminiera avevano già destato qualche preoccupazione e da parecchi giorni il torrione era sottoposto all’esame di una commissione di tecnici. Al momento della catastrofe Malenchini stesso, alcuni dei dirigenti principali della sua azienda e un paio di geometri erano riuniti alla base per esaminare un rapporto.
L’enorme struttura alta più di trenta metri era crollata all’improvviso. Malenchini, il direttore generale dello stabilimento e il cassiere erano rimasti uccisi sul colpo e altri due erano morti in seguito, per le ferite riportate.
A memoria d’uomo non era mai accaduta a Livorno una tragedia simile e se ne era fatto un gran parlare tanto più che i tecnici, dopo l’esame, avevano dichiarato che la ciminiera non era pericolante.
I proprietari degli altri stabilimenti industriali dei dintorni avevano fatto subito esaminare i loro camini e per diverse settimane la gente di Livorno non aveva fatto altro che parlare del pericolo di vivere all’ombra delle ciminiere degli stabilimenti.
Ma ben presto era saltato fuori qualcos’altro di cui valeva la pena parlare. Si trattava di qualcosa che poteva interessare in modo particolare Leandro Prati, data la sua professione.
Gaetano Malenchini per quanto si sapeva, era morto senza testamento. Nessun notaio della città aveva mai steso un testamento per lui. Nessuno aveva mai sentito dire che egli l’avesse fatto. Non c’erano le sue ultime volontà.
Le più minute ricerche nelle sue casseforti, nelle sue scrivanie, in tutti i suoi cassetti non avevano avuto esito. Non c’era nemmeno un memorandum. Nessun amico suo l’aveva mai sentito menzionare un testamento.
Era sempre stato un uomo un po’ bizzarro. Era uno scapolo ostinato. Gli unici parenti che avesse al mondo erano: sua cognata, vedova di un fratello minore e i due figli di lei... un maschio e una femmina. Non appena era risultato che Malenchini era morto senza testamento essi avevano reclamato il patrimonio.
Malenchini aveva lasciato una bella sostanza. In tutta la sua vita non aveva fatto che guadagnare quattrini, e la sua azienda era molto importante, tanto che dava lavoro a duemila operai.
Il reddito annuo della tessitura si calcolava sui quattro o cinque milioni di euro, al netto delle tasse. Qualche anno prima della sua morte, l’industriale aveva comperato una delle più belle tenute del luogo, Villa Toscana, una bella casa antica situata in una località silvestre, contigua al mare, che aveva il grande vantaggio di trovarsi alla periferia della città di Livorno.
Non era dunque un patrimonio da nulla quello che la signora Malenchini e i suoi due figlioli reclamavano. Fino al momento della morte del signor Gaetano Malenchini i tre avevano vissuto molto modestamente con un assegno che passava loro il ricco congiunto, poiché Riccardo Malenchini, a differenza di suo fratello, aveva sempre avuto le mani bucate.
I loro diritti... o per essere più precisi, i diritti dei due nipoti erano incontestabili dal momento che sembrava assodato che Gaetano Malenchini era morto senza testamento. Il nipote si era preso tutti i beni immobili e aveva diviso con la sorella il resto. Già da qualche mese la famiglia si era installata a Villa Toscana e aveva preso possesso di tutto ciò che aveva appartenuto al morto.
Tutto questo ripassò nella mente di Leandro Prati in pochi secondi. Conosceva tutta la storia e spesso aveva pensato che quei due giovani avevano avuto una bella fortuna. Aver vissuto quasi di carità fino a ieri... e trovarsi oggi padroni di una rendita di milioni di euro all’anno! Oh, se fosse capitato a lui!
— Naturale che me ne ricordo! — ripetè fissando il vecchio libraio con aria pensosa. — Sono cose che non si dimenticano da un giorno all’altro, signor Bartolomei. Ma che c’entra la tragedia della tessitura Malenchini con la vostra scoperta?
Andrea Bartolomei si abbandonò all’indietro sulla poltrona e si mise a ridere.
— Io ho ottant’anni — disse. — Anzi, per essere più esatto, avrò ottantadue anni a febbraio. Quando avrete vissuto quanto me, mio giovane amico, saprete che la vita è fatta di alti e bassi... di capovolgimenti... specialmente per certuni. Ve lo dico io.
— Non sarete venuto per dirmi questo, signor Bartolomei — fece Prati. — Senza bisogno di essere vecchio, lo so già.
— Già, già, ma lo saprete meglio con l’andar del tempo — ribattè Bartolomei. — Ebbene, forse saprete anche che il defunto Gaetano Malenchini era... come posso dire... un mezzo bibliofilo. Faceva collezione di libri e opuscoli relativi alle più svariate materie.
— L’ho sentito dire.
— Teneva quella collezione nel suo studio privato, alla Tessitura — soggiunse il libraio. — E quando gli eredi hanno preso possesso di ogni cosa, li ho convinti a vendermela. I volumi non erano molti... forse un centinaio tutti assieme... ma m’interessavano. Questo accadeva qualche mese fa. Ho messo i libri in un angolo e non li ho mai esaminati per bene fino a oggi, nel pomeriggio. Proprio oggi ho ricevuto una lettera da un tale di Livorno che ora abita in Germania, il quale voleva sapere se gli potevo fornire una copia in buono stato della «Storia di Livorno» di Giuseppe Piombanti. Sapevo che ce n’era una nella collezione Malenchini, quindi l’ho tirata fuori e l’ho esaminata. Allora, in una specie di tasca che c’è all’interno della rilegatura e che contiene una cartina topografica, ho trovato... indovinate che cosa...
— Non saprei — rispose Prati.
Pensava al suo pranzo e a un appuntamento che aveva in serata, e non immaginava nemmeno lontanamente che il vecchio Bartolomei fosse sul punto di dirgli qualcosa d’importante davvero.
— Lettere? Banconote? Qualcosa di simile?
Il vecchio libraio per la terza volta si protese in avanti posando una mano sulla scrivania e fissando il volto astuto di Prati.
— Ho trovato il testamento di Gaetano Malenchini! — sussurrò. — Il suo testamento!
Leandro Prati fece un salto sulla seggiola. Per un momento rimase ammutolito fissando attonito il vecchio, poi si cacciò le mani nelle tasche dei pantaloni ed esclamò:
— No! Il testamento di Gaetano Malenchini?
— Sicuro — ribattè Bartolomei e annui più volte. Il suo testamento... steso proprio il giorno della sua morte. Strano, non vi pare? Si direbbe che avesse avuto un presentimento.
Prati corrugò la fronte.
— Dov’è il testamento? — domandò.
— L’ho qui in tasca — rispose il libraio battendosi il petto con la mano sinistra. — È tutto in regola, ve lo garantisco. Scritto chiaro, firmato dal testatore e dai testimoni. Me ne intendo perché tempo fa... molto tempo fa... ero come voi impiegato in uno studio notarile. L’ho letto da cima a fondo e sfido chiunque a trovare un appiglio per impugnarlo.
— Mostratemelo — fece Prati avidamente.
— Ecco, io non ho nulla in contrario vi conosco bene, s’intende — rispose Bartolomei — però preferirei mostrarlo prima al dottor Castelli. Non potreste telefonargli a casa e pregarlo di ritornare qui?
— Certo — disse Prati. — Forse non è ancora rientrato, ma posso provare. L’avete mostrato a qualcun altro?
— Non l’ho mostrato a nessuno e non ne ho parlato ad anima viva — dichiarò il libraio. — Vi dico che non sarà nemmeno mezz’ora che l’ho trovato. Non è un documento lungo. E sapete com’è che nessuno ne ha mai saputo niente? — prosegui piantando gli occhi in faccia a Prati che si era alzato. — Semplicissimo. I testimoni che firmarono il testamento furono uccisi assieme a Gaetano Malenchini! Secondo me, lui e questi due... Giuntini e Martini, il direttore e il cassiere... avevano firmato il documento poco prima dell’incidente e Malenchini, dovendo uscire per vedere la ciminiera, lo infilò nel libro riserbandosi di leggerlo altrove più tardi. Non siete, del mio parere? Ma ora, vedete un po’ se potete fare venire qui il notaio Castelli. Lo leggeremo insieme. Ehi... che aria pesante in questo studio... non potreste aprire la finestra... mi sento oppresso...
Prati aprì la finestra che guardava nella strada. Diede un’occhiata al vecchio e vide che il suo viso, abitualmente pallido, era più smorto del solito.
— Avete parlato troppo — disse. — Riposatevi un momento, signor Bartolomei, mentre io telefono a casa del notaio. Se non c’è, posso cercarlo al suo circolo. Spesso ci va a passare un’oretta prima di rientrare.
L’installazione dello studio Castelli & Pasquini era antiquata e l’unico apparecchio telefonico era situato in una specie di minuscolo vestibolo che separava la stanza dell’uno da quella dell’altro dei due soci. Inoltre, in quel vecchio edificio i telefonini non avevano campo.
Mentre aspettava d’essere messo in comunicazione con la casa del suo principale, Prati si domandava quale influenza avrebbe potuto avere la scoperta del testamento sulle sorti della famiglia che era attualmente in possesso del patrimonio.
Il giovane era divorato dalla curiosità. Se non avesse potuto trovare Castelli né a casa né altrove, avrebbe persuaso il vecchio Bartolomei a lasciargli vedere il documento. Oramai non gl’importava più di andare a pranzo in ritardo purché gli fosse concesso di dare un’occhiata a quel pezzo di carta. Quali potevano essere le disposizioni testamentarie prese dall’industriale? Bartolomei aveva parlato di alti e bassi, di rivolgimenti. Voleva forse dire che...
— Pronto!
Il telefono di casa Castelli aveva risposto, ma il notaio non c’era. Prati chiamò il circolo. Anche là gli dissero che non l’avevano visto. Riappese il ricevitore e ritornò nello studio.
— Non riesco proprio a trovarlo, signor Bartolomei — cominciò mentre chiudeva l’uscio. — A casa non c’è, al circolo non c’è... Sentite, non potreste lasciarmi dare un’occhiata...
Prati si fermò di botto. C’era uno strano silenzio nella stanza. Il respiro affannoso del vecchio non si sentiva più. Il giovane si avanzò lesto e guardò nella poltrona...
Capi subito quel che era successo... capi che il vecchio Bartolomei era morto, prima di posare un dito sulla mano scarna che era ricaduta inerte dal bracciolo della poltrona. Era morto senza un grido, senza un movimento... morto tranquillamente come se si fosse addormentato.

In verità aveva tutta l’aria di essersi soltanto assopito, ma Prati che non era nuovo allo spettacolo della morte sapeva che da quel sonno non si sarebbe più svegliato. Aspettò un momento ascoltando in silenzio. Toccò ancora la mano del vecchio, si chinò a guardarlo in viso, e infine senza esitare, senza il più piccolo tremito delle dita, gli sbottonò la giacca e dalla tasca interna trasse un foglio piegato.